Istruzione e mobilità sociale

Scritto da: Caterina Mazza

Aggiornato al: 30/04/2019

Il punto della situazione

Le diverse questioni e criticità proprie del sistema scolastico italiano continuano a suscitare discussioni e critiche. Si pensi che il livello di dispersione scolastica registrato tra il 2013 e il 2018 è del 24,7%. Realtà che ha comportato una spesa infruttuosa per lo Stato di 1 miliardo e 48 milioni di euro per il quinquennio di riferimento e complessivamente dal 2010-2011 a oggi di 5,5 miliardi di euro. Anche la percentuale di giovani che hanno lasciato la scuola, che non seguono alcun corso di formazione e che non cercano neanche un impiego, i cd. NEET, è molto elevata: il 30% tra i giovani di 20-24 anni. Occorre sottolineare che lo scarso livello di istruzione incide sulle opportunità di trovare un impiego e quindi ha conseguenze sulle condizioni socio-economiche, non solo dei solo dei singoli, ma dell’intera società. Tali problematiche, nonché la qualità dell’offerta formativa proposta dalle scuole, sono in larga misura determinate dalla scarsa consistenza degli investimenti della spesa pubblica sull’istruzione, che in Italia è pari allo 0,17% del PIL. Un ulteriore aspetto fondamentale che incide sulla qualità del sistema scolastico è relativo alla condizione contrattuale e lavorativa del corpo docente e, in particolare alla condizione di precarietà lavorativa di un significativo numero di insegnanti che non riesce a stabilizzarsi e dallo scarso numero dei dirigenti scolastici. Per quanto riguarda l’Università, la questione del numero chiuso fa ancora riflettere e porta a ripensare anche ad altre questioni ad esso legate, quali per esempio la carenza di risorse delle Università e la diminuzione della capacità di offerta formativa degli Atenei, le incongruenze e criticità del sistema di reclutamento universitario. Inoltre il problema della gestione e della trasparenza dei concorsi pubblici per accedere a posti negli Atenei italiani pone l’attenzione su un aspetto particolarmente allarmante.

Alcuni dati

I dati presentati nel dossier di TUTTOSCUOLA “La Scuola Colabrodo”, redatto a settembre 2018, relativi alla dispersione scolastica degli studenti italiani sono particolarmente allarmanti e rivelano una problematica ormai cronica le cui conseguenze investono settori diversi. Dal 1995 all’a.s. 2013-2014, 3 milioni e mezzo di studenti delle scuole superiori statali italiane non hanno completato il percorso di studi. In particolare, nel corso del quinquennio dall’a.s. 2013-2014 al 2017-2018, dei 612.675 ragazzi che si erano immatricolati alle scuole superiori di II grado nel 2013 il 24,7% ha abbandonato gli studi. Tale percentuale differisce in parte a seconda dell’area geografica considerata e del tipo di scuola, raggiungendo un massimo di 29,4% nelle Isole e un minino di 21,9% nel Nord Est del paese. Interessante notare che non vi è molta differenza tra il Nord Ovest (24,2%) e il Mezzogiorno (24,4%). La dispersione scolastica ha un costo economico e sociale notevole. Per il quinquennio considerato lo Stato ha speso infruttuosamente 1 miliardo e 48 milioni di euro e complessivamente dal 2010-2011 a oggi 5,5 miliardi di euro. Inoltre, l’abbandono scolastico, quindi un basso livello di istruzione, incide notevolmente sulle opportunità di trovare un impiego. I dati Istat evidenziano che il tasso di occupazione è proporzionale al livello di istruzione. Nel 2016, come si legge nel Rapporto sulla conoscenza 2018 dell’Istat, il tasso di occupazione delle persone laureate tra i 25 e i 64 anni era del 80% rispetto al 51% delle persone con una bassa istruzione. Il livello di istruzione, oltre che sul tasso di occupazione, incide in misura ancora maggiore sui livelli retributivi e quindi sulle condizioni sociali del singolo e della prole. Occorre ricordare infatti il legame tra il livello di istruzione dei genitori e le prospettive scolastiche e di miglioramento delle condizioni socio-economiche dei figli. L’incidenza dei laureati per i figli di persone con una bassa istruzione resta tra le più basse d’Europa. Occorre ricordare che anche la percentuale di dispersione universitaria è piuttosto elevata ed è poco superiore al 50%. Inoltre, circa un quarto dei laureati italiani lascia il paese per avere maggiori opportunità di trovare un lavoro adeguato alla propria formazione e al proprio livello di studi.

Un altro dato particolarmente significativo e strettamente legato alla dispersione scolastica è relativo ai NEET (Not Employment, Education and Training). I giovani che lasciano la scuola, tendenzialmente rimangono disoccupati e non interessati a formarsi per ottenere un impiego. L‘OECD (Organisation for Economic Cooperation and Development) ha registrato in Italia il 30% di NEET tra i giovani di 20-24 anni, rispetto a una media del 16% tra i paesi OECD (Education at a Glance 2018). Tale percentuale aumenta di 4 punti tra i 25-29enni, fascia d’età in cui il divario di genere è notevole: 28% gli uomini e 40% le donne.

Nonostante i dati negativi richiamati, occorre ricordare un trand positivo per quanto riguarda gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) quale percorso di formazione terziaria, alternativo alla laurea, volto a facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro. Il monitoraggio sugli ITS condotto da INDIRE e dal MIUR nella prima metà del 2018 evidenzia che l’82,5% dei diplomati in tali istituti trova lavoro entro l’anno dal diploma, di cui il 47,5% viene assunto con un contratto a tempo determinato, il 29,9% a tempo indeterminato e il 22,7% con un contratto di apprendistato.

In merito alle competenze degli studenti di scuole per ogni ordine e grado e ai risultati delle prove Invalsi condotte in primavera emerge un quadro secondo cui il sistema scolastico nazionale funziona ancora in modo piuttosto frammentato e diversificato. Dal rapporto Invalsi emerge che i livelli di apprendimento e la preparazione degli studenti è molto diversificata a seconda dell’area geografica di appartenenza: nel nord si sono ottenuti risultati migliori sia alla media italiana che a quella OECD; al centro i livelli registrati sono in linea con la media nazionale, ma con risultati più bassi della media OECD; il sud e le isole presentano risultati inferiori a entrambe le medie di riferimento.

Riguardo al tema delle competenze digitali e del comportamento dei teenager nel confronti della tecnologia e di Internet, occorre sottolineare che nelle scuole in cui si svolgono regolarmente attività formative specifiche viene rilevata una maggiore consapevolezza e creatività nei comportamenti digitali degli studenti sia in ambito scolastico che extrascolastico. A riguardo anche gli insegnati hanno dimostrato di avere bisogni formativi legati alle competenze digitali per poter utilizzare metodologie didattiche innovative. Nonostante ciò, i docenti hanno dimostrato di utilizzare ancora in modo parziale le risorse e strumenti digitali.

Investire sulla formazione delle competenze digitali e sull’uso consapevole di Internet e delle tecnologie pare ancora più importante se si pensa ai dati relativi al tipo di utilizzo delle tecnologie che ne fanno i bambini al di sotto dei 12 anni. I risultati del Timss (Trends in International Mathematics and Science Study) 2015, l’indagine effettuata a livello internazionale sulle competenze in Matematica e Scienze dei bambini di quarta elementare e dei ragazzini di terza media, mettono in evidenza che i ragazzi che al pomeriggio utilizzano per diverse ore pc, tablet e smartphon hanno un rendimento scolastico drasticamente inferiore rispetto agli altri coetanei.


Il corpo docente e dirigente: problemi di reclutamento e stabilizzazione

Per quanto riguarda il comparto scuola e in particolare la stabilizzazione degli insegnati precari, il ministro Bussetti ha dichiarato l’intenzione, per l’anno scolastico in corso, di avviare i corsi per far conseguire ai docenti la specializzazione per il sostegno. Sono stati ipotizzati 10mila posti che, tuttavia, a detta dello stesso ministro, è un numero da prendere «con il beneficio dell’inventario». L’effettiva attuazione di tale proposta infatti può realizzarsi solo in conformità della legge di mobilità. Il ministro si è inoltre espresso anche riguardo al Bonus di 500 euro previsto per i docenti, sostenendo l’opportunità di riconoscerne il diritto anche agli insegnati precari. Resta da capire se tali dichiarazioni di intenti saranno poi effettivamente realizzate. Per il momento il ministro ha manifestato l’intenzione di voler tornare ai concorsi ordinari e di voler abolire i concorsi straordinari per precari abilitati e non abilitati e il percorso Fit di formazione triennale a seguito di concorso, arrestando il percorso intrapreso dal precedente governo con la legge 107/2015, cd. “Buona Scuola” (per una presentazione dettagliata delle procedure previste dalla legge citata si veda, Il Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia, Istruzione e Mobilità Sociale, 2017). Il governo in carica intende affrontare la questione del reclutamento dei docenti nelle classi di ogni ordine e grado della scuola, promuovendo un progetto di grande semplificazione. L’idea di semplificare, seppur nelle intenzioni funzionale a risolvere la complessità di alcune questioni, rischia di scontrarsi con le aspettative e rivendicazioni di un rilevante numero di docenti che hanno già avviato lunghi percorsi di formazione per l’ottenimento dell’abilitazione e accumulato molti anni di esperienza di insegnamento, nonché con le posizioni sostenute da sindacati e parti sociali. In tal senso è particolarmente significativa la vicenda del concorso straordinario non selettivo (para sarà l’ultimo previsto dal governo, per poi dare avvio solo a concorsi ordinari) indetto per la scuola dell’infanzia e la primaria specificamente pensato per le maestre diplomate magistrali entro il 2001/2002 volto a creare una graduatoria a cui attingere per una loro stabilizzazione. In seguito a proteste di chi possiede una laurea in Scienze della formazione primaria che si è vista preclusa la possibilità di accedere al concorso, il governo ha deciso di ammettere anche le persone laureate e con almeno due anni di esperienza di insegnamento. Scelta che ha placato solo in parte il malcontento per il fatto che la quantità di laureate con anche due anni di esperienza è relativamente alta se si tiene conto che l’ultimo concorso per la scuola d’infanzia e primaria si è svolto proprio due anni fa. Nel frattempo tuttavia il destino di tale concorso si è rivelato piuttosto travagliato, in quanto esso è stato prima bloccato da una sentenza del Tar del Lazio che ha giudicato il diploma magistrale come titolo non abilitante per ottenere il ruolo in cattedra, poi messo in discussione il 12 novembre 2018 dal Consiglio di Stato. Occorrerà attendere ancora mesi prima che sia chiaro il destino di questo concorso e delle diplomate magistrali. Intanto trascorrerà un altro anno scolastico.

Un'altra vicenda importante che evidenzia il caos che travolge le procedure di stabilizzazione e avanzamento di ruolo nella scuola, è relativa al concorso indetto nel 2017 per reclutare 2416 dirigenti scolastici per l’a.s. 2018/2019. Durante lo svolgimento della prova scritta nel corso di ottobre 2018 sono state segnalate diverse irregolarità, carenze, malfunzionamenti e l’adozione di criteri non omogenei. Per esempio molti candidati hanno lamentato malfunzionamenti del sistema informatico che non registrava le risposte date, non permetteva di rileggere le domande o che veniva arrestato da numerosi black out, compromettendo la prova. Tali problemi hanno provocato quindi ricorsi e ritardi, facendo slittare le prove orali al mese di dicembre. Ci si auspica che i problemi emersi non bloccheranno ulteriormente le procedure di reclutamento di dirigenti, figure fondamentali la cui carenza è particolarmente sentita nelle scuole di tutto il territorio nazionale.


Bullismo e inclusione scolastica

Il bullismo rimane uno dei problemi più sentiti e diffusi in ambito scolastico. L’indagine condotta dal Centro Studi Pio La Torre su un campione di 2543 studenti della scuola secondaria di II grado e presentata il 18 aprile 2018 all’undicesima edizione del Progetto educativo antimafia e antiviolenza, evidenzia che il 42% degli intervistati ritiene che gli atti di bullismo avvengano nel contesto scolastico. Il 30,16% degli adolescenti coinvolti nell’indagine ha assistito personalmente agli atti vessatori. Occorre tenere presente che il 93,24% dei rispondenti al questionario definisce il bullismo come un comportamento aggressivo o vessatorio, tenuto continuativamente da un singolo o da un gruppo ai danni di uno o più soggetti percepiti come più deboli. Occorre anche ricordare che il fenomeno del bullismo, in un’epoca in cui l’uso di Internet è ormai quotidiano e parte della vita degli adolescenti, ha assunto anche la firma del cyberbullismo. La rete permette a chi esercita un comportamento oppressivo sui coetanei percepiti come più fragili di entrare nelle loro vite anche attraverso messaggi, immagini, video diffusi online che spesso accompagnano le vessazioni fisiche e verbali attuate concretamente. Il fenomeno del bullismo è in aumento e sovente avviene nel disinteresse degli adulti, delle famiglie e degli inseganti. Significativa in tal senso è la condanna del Tribunale di Roma (sentenza n. 6919, pubblicata il 4 aprile 2018), in solido col MIUR, di genitori e insegnanti a risarcire un alunno vittima di aggressioni fisiche e verbali da parte di un altro alunno avvenuto in una scuola di Viterbo nell’indifferenza di chi ha un ruolo educativo. A tale quadro si aggiungono poi le aggressioni che vedono il coinvolgimento, in qualità di vittime, anche di alcuni insegnanti come testimoniato da diversi casi, quali per esempio l’episodio registrato in un istituto di scuola superiore di Lucca filmato dagli alunni e che ha portato quattro minorenni a essere indagati o il recente fatto avvenuto nel monzese in un istituto professionale in cui un gruppo di alunni ha aggredito un’insegnate lanciandole contro delle sedie e ferendola. La problematica appare così composita e diffusa che, per essere affrontata, richiede un impegno collettivo volto a sensibilizzare ed aumentare la consapevolezza di tutti i soggetti coinvolti, a innalzare il livello di resistenza nei confronti della violenza, a riportare il senso di responsabilità e il rispetto delle istituzioni e innanzi tutto ad attivare azioni concrete per incentivare e offrire un supporto reale a chi intende denunciare atti di bullismo.

Accanto a tale questione, merita porre l’attenzione al tema dell’inclusione scolastica degli alunni disabili. Il nuovo sistema introdotto con i decreti attuativi della cd. Buona Scuola (Decreto Legislativo n. 66, del 13 aprile 2017) prevede insegnati di sostegno con una formazione specifica per ogni ciclo scolastico e con l’obbligo per ogni insegnate di rimanere nella propria posizione per almeno dieci anni o per l’intero ordine o ciclo dell’alunno, nonché la definizione e la condivisione di un Piano Educativo Individualizzato (PEI), redatto dall’Ente locale, in collaborazione con i genitori e le istituzioni scolastiche (per una dettagliata descrizione delle novità delle regole sul sostegno, si veda Il Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia, Istruzione e Mobilità Sociale, 2017). Il nuovo sistema tuttavia entrerà in vigore il primo gennaio 2019, nonostante la volontà espressa dal Ministro Bussetti di porre la questione dell’inclusione scolastica come prioritaria e l’intenzione del nuovo Governo di proseguire il lavoro di attuazione dei decreti. Le associazioni, in particolare Anfass (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale) hanno sollevato grande preoccupazione per il grave ritardo sugli atti necessari a dare attuazione ai decreti menzionati e alle conseguenti problematiche concrete, soprattutto relative alle tempestive nomine degli insegnanti di sostegno. A tal proposito le associazioni hanno chiesto un coordinamento tra il MIUR e il MEF per stanziare tempestivamente le risorse sia per il reclutamento che per la formazione di un numero adeguato di insegnanti di sostegno e per cercare di affrontare le ancora gravi e numerose carenze del sistema di inclusione dei disabili.


Edilizia scolastica: una questione ancora aperta

L’allarme per la situazione dell’edilizia scolastica continua a crescere. I dati diffusi dallo stesso MIUR risultano particolarmente critici: solo il 5% delle scuole italiane sono antisismiche e il 58% degli edifici non è ancora a norma anti-incendio. A poco più del 27% delle scuole in zone a rischio sismico è stata effettuata la verifica di vulnerabilità sismica, obbligatoria dal 2013. Gli interventi di miglioramento antisismico è stato compiuto su una percentuale irrisoria degli edifici sul territorio nazionale. La drammaticità della situazione è stata evidenziata anche dal XVI Rapporto di Cittadinanzattiva che si basa, oltre che su fonti istituzionali (MIUR, governo, Inail), anche su dati raccolti relativi a crolli nelle scuole, su informazioni diffuse dai media, sulle attività di monitoraggio civico effettuato dall’associazione all’interno degli edifici scolastici di diverse Regioni italiane. Nel rapporto si legge che solo un quarto delle scuole possiede il certificato di agibilità strutturale e poco più della metà il collaudo, solo un terzo è in possesso della certificazione anti-incendi e il 36% di quella igienico-sanitaria. Tuttavia occorre sottolineare che, riguardo ai controlli e agli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, vi sono notevoli differenze a seconda dell’area geografica considerata. A livello regionale, particolarmente negativi sono i dati registrati in Lazio (solo il 9% è in possesso dell’agibilità e il 6% della prevenzione incendi), la Campania (rispettivamente 11% e 17%) e la Calabria (12% e nessuna scuola in regola con la prevenzione incendi). Riguardo ai crolli registrati nelle scuole, nel corso dell’a.s. 2017/2018 si è raggiunto il record degli ultimi cinque anni con 50 episodi di crolli strutturali e distacco di intonaco, arrivando a calcolare un episodio ogni quattro giorni di scuola. Dal punto di vista della sicurezza antisismica, è bene precisare che più di due scuole su cinque si trova in zona a rischio sismico. Nonostante ciò solo il 9% è stato migliorato a livello di sicurezza sismica (fanno eccezione il Molise -41%- e la Valle d’Aosta -40%) e il 5% è stato adeguato sismicamente.

Tali dati hanno portato il Codacons a diffidare il MIUR e le Prefetture italiane a procedere urgentemente per la messa in sicurezza delle scuole a rischio.

Nonostante i dati allarmanti richiamati e la posizione di Codacons, il governo in carica ha deciso di non rinnovare il mandato per la riqualificazione dell’edilizia scolastica previsto da la cd. “Buona scuola”. Il provvedimento in meno di cinque anni ha permesso di attivare 2mila interventi in 15 regioni italiane per la messa in sicurezza di molti edifici scolastici non adeguati alla normativa, per il controllo di solai pericolanti, per l’adeguamento delle strutture alle norme sull’ambiente e la costruzione di nuove scuola in modo da affrontare compiutamente la preoccupante situazione delle strutture scolastiche. La decisione di bloccare la Struttura di Missione per le scuole sicure ha comprensibilmente acceso polemiche e preoccupazioni, nonché interrogativi riguardo alla destinazione dei 5 miliardi di euro stanziati per la realizzazione dell’intervento e non ancora spesi.


Diritto allo studio universitario e problemi di finanziamento

Per quanto riguarda l’Università, fa ancora discutere la questione del numero chiuso: da un lato gli studenti protestano per veder riconosciuti il diritto allo studio e la libertà di scegliere il percorso formativo da seguire, dall’altra gli Atenei sono vincolati dalle difficoltà dovute alla carenza di docenti, di aule sufficienti e adeguate ad accogliere un levato numero di nuove matricole e di finanziamenti appropriati per sostenere l’offerta formativa e gestire gli esami e le lauree. La decisione di inserire il numero chiuso proviene infatti dalle predisposizioni ministeriali per cui il numero degli studenti deve essere proporzionale al totale dei docenti assunti. Quando il numero dei docenti non risulta sufficiente a sostenere l’offerta formativa di un’elevata quantità di studenti, occorre limitarne l’accesso per evitare la chiusura del corso di Laurea.

A riguardo particolarmente emblematico e allarmante è stato il caso del corso triennale di Scienze e Tecniche Psicologiche dell’Ateneo Torinese. In seguito alla sentenza del Tar del Lazio del 6 giugno 2018, che ha dichiarato illegittimo l’accesso limitato a fronte di un costante incremento degli studenti che intendono immatricolarsi, il Consiglio di Dipartimento dell’Ateneo ha dichiarato l’intenzione di chiudere il corso triennale. Il rettore G. Ajani ha sostenuto che si trattava di una scelta obbligata: «L'università di Torino ha sempre creduto al "numero aperto", ma in questo caso non ce l'abbiamo fatta: se apriamo a tutti un corso che in altri atenei è chiuso, finiamo travolti, arriveranno gli studenti di mezza Italia che non trovano collocazione». Il rischio è stato quindi quello di non riuscire a sostenere l’offerta formativa per un corso aperto, considerando la carenza di strutture e di personale dell’Ateneo. In seguito ad accese polemiche, l’Ateneo torinese ha ottenuto una deroga dal MIUR ai termini per la chiusura della banca dati ministeriale relativa all’attivazione dei Corsi. Questo ha permesso al Dipartimento di Psicologia di definire le caratteristiche del corso in modo da motivare l’accesso a numero programmato nel rispetto delle previsioni normative. Il Corso di Laurea in Psicologia è così partito regolarmente a settembre 2018, in seguito allo svolgimento dei test d’ingresso.

La vicenda rimanda ad altre criticità che caratterizzano il sistema universitario italiano, quali per esempio al sistema di reclutamento previsto dalla cd. legge Gelmini, al blocco del turn over e gli scarsi finanziamenti alla ricerca e alla didattica.

Per quanto riguarda invece il numero programmato per accedere al Corso di Laurea in Medicina, alle criticità appena richiamate se ne aggiungono altre relative al percorso formativo post-laurea e alle concrete carenze di medici nelle strutture ospedaliere pubbliche che portano al definirsi di una situazione paradossale. Nonostante il numero di accesso programmato, non tutti i laureati in medicina riescono a lavorare come medici e questo a fronte di una carenza di personale negli ospedali. Dei circa 9.000 studenti in medicina che annualmente si laureano, solo 7.700 circa riescono a trovare uno sbocco professionale nel campo a causa delle difficoltà di accesso alle scuole di specializzazione post-laurea. Nell’a.a. in corso si sono iscritti ai concorsi di accesso alle varie scuole di specializzazione circa 16.000 laureati in medicina, per un totale di 6.934 posti. Questo non può che portare all’inoccupazione di circa 10.000 laureati in medicina. Inoltre, occorre tenere presente che dei circa 5.000 medici che si specializzano annualmente solo 3.500 unità trova un’occupazione nelle strutture ospedaliere pubbliche a fronte di 4.700 pensionamenti.

Occorre quindi riflettere, oltre all’opportunità di mantenere il numero chiuso, anche al percorso di formazione post-laurea e alle reali esigenze di personale. Questo è strettamente legato alla quantità di investimenti economici sull’Università, la ricerca e l’alta formazione (in Italia si investe in formazione solo lo 0,17% del PIL) e a come i finanziamenti vengono utilizzati (l’Italia è seconda in UE per fondi strutturali rivenuti, ma solo ventiduesima per l’utilizzo delle somme incassate).


Reclutamento universitario e controllo dei concorsi

I ricorsi a tribunali amministrativi e la denuncia pubblica di abusi e irregolarità nello svolgimento di concorsi universitari per l’assegnazione di posti da professore associato e ricercatore sono diventati sempre più frequenti. Uno dei casi che recentemente ha fatto discutere sulla questione è la vicenda che ha visto come protagonista il rettore di Tor Vergata, Giuseppe Novelli, e il conseguente processo a suo carico avviato dalla denuncia di due ricercatori, Giuliano Gruner (diritto amministrativo) e Pierpaolo Sileri (chirurgia generale), per irregolarità durante i rispettivi concorsi per accedere alla carica di professore associato.

La questione dei concorsi pilotati e dei cd. bandi profilati, quindi debitamente scritti per agevolare il candidato prescelto, investe l’intero territorio nazionale tanto che, tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, sono nate due associazioni indipendenti composte in larga misura da personale accademico (non solo precario) al fine di vigilare i concorsi, denunciare eventuali abusi e tentare di cambiare la legge sui concorsi stessi. Le associazioni (“Osservatorio Indipendente Concorsi Universitari” e “Trasparenza e merito”), nei primi sette mesi del 2018 hanno denunciato pubblicamente o internamente all’Ateneo interessato o alla magistratura 86 casi di concorsi profilati, circa cinque al mese per associazione. Tuttavia le denunce all’interno dei singoli Atenei non hanno mai portato alla cessazione del concorso o revisione dei suoi esiti, come sottolineato da uno dei fondatori di Osservatorio Indipendente. Le segnalazioni dei bandi profilati non vengono considerate e i concorsi procedono. Secondo quanto affermato da alcuni membri delle due associazioni, per cercare di dare una svolta anche culturale sulla problematica non c’è altra via se non quella di rivolgersi alla magistratura. La gravità della situazione sembra che non sia stata colta fino in fondo dal governo in carica che per ricoprire una carica istituzionale di controllo sulla regolarità delle procedure in ambito universitario ha scelto l’ex iena Dino Giarrusso come nuovo dirigente dell’Osservatorio sui concorsi universitari. Tale decisione ha portato un nutrito numero di docenti universitari appartenenti a diverse società scientifiche a protestare. In particolare, Paolo D’angelo, membro del CUN, ha manifestato il proprio disaccordo per l’affidamento di un incarico così importante a chi «non ha alcun merito culturale, ma che è noto per la discussa notorietà mediatica». Giarrusso è conosciuto, oltre che come giornalista televisivo, per essere stato un candidato alle politiche del M5S, poi non eletto e recentemente nominato dal Sottosegretario all’Istruzione Fioramonti come suo primo collaboratore. La vicenda apre una riflessione sulle scelte dell’attuale governo in merito alla gestione e al controllo di uno aspetto critico dell’Università italiana, quale i concorsi di accesso e avanzamento di carriera negli Atenei, già particolarmente discusso a causa delle incongruenze proprie del sistema di reclutamento universitario entrato in vigore con la cd. legge Gelmini (a riguardo si veda, Il Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia, Istruzione e Mobilità Sociale, 2017).